Pomeriggio all'insegna della cultura con un pizzico d'ironia, tipica del grande Umberto Eco che sapeva divulgare il sapere senza farlo pesare ai destinatari. Chi ricorda la sua rubrica La Bustina di Minerva che Eco conduceva con intelligente leggerezza sul settimanale L'Espresso? Ecco, oggi 25 giugno 2026, in una biblioteca del Forte Sangallo rinfrescata dai condizionatori, Claudio Tondi, Gaetano Mele e Dario Sandro Vaggi si sono avvicendati nella lettura di alcune "lettere" che Eco scriveva a cadenza settimanale sul noto magazine, dissertando su vari argomenti che andavano dalla politica, alla storia e alla lingua italiana, divertendo e istruendo i lettori del giornale. Un simpatico salto indietro nel tempo per ricordare con piacere un grande della narrativa e della saggistica italiana. [Paola Leoncini]
Umberto ECO è nato ad Alessandria nel 1932 ed è morto a Milano nel 2016. Fu semiologo, filosofo, scrittore, traduttore, linguista e medievalista. All’università di Bologna Eco ha retto la cattedra di Semiotica e in seguito ha fondato un corso di Scienza della Comunicazione (oggi molto diffuso ma 50 anni fa davvero innovativo); dopo qualche tempo creò una specializzazione universitaria detta “Master in Editoria Cartacea e Digitale”. Non contento, dette vita ai famosi corsi DAMS cioè delle discipline delle arti, della musica e dello spettacolo. E per finire, ha insegnato in vari atenei mondiali.
La Semiotica analizza segni e significati verbali e non verbali, non solo quelli della lingua quindi, ma di tutte le espressioni umane. Coinvolge dunque la grafica e l’arte, sia figurativa che letteraria. Ma anche la gestualità, la postura e perfino la diplomazia, dove abbondano gli atti destinati a lanciare messaggi non apertamente dichiarati. Le sue opere sono state ovviamente anzitutto trattati scientifici: testi di semiotica, di estetica medievale, di linguistica e di filosofia.
Ma Eco si è cimentato anche nella narrativa, sempre permeata però dal taglio di un autore studioso e filosofo. Il primo dei suoi romanzi, e forse il più noto, fu “Il nome della rosa”, un vero e proprio giallo ambientato nel Medioevo in un convento del nord Italia. Lì è stato inviato un monaco ad indagare su certe morti misteriose avvenute tra i religiosi che lavorano alla copiatura dei libri nella biblioteca; morti incentrate intorno a un particolare libro di Aristotele della cui esistenza si discute tuttora, col dubbio che sia stato fatto “sparire” proprio nel Medioevo da una Chiesa che ne temeva i contenuti.
Per la sua capacità di saper comunicare con semplicità e leggerezza anche i temi più profondi l’editore del periodico L’Espresso gli propose di tenere una rubrica fissa sul giornale. E Umberto Eco dal 1985 al 2016, anno della scomparsa, scrisse sull’Espresso quei pezzi che apparivano nell’ultima pagina prima della copertina. La rubrica si intitolava La bustina di Minerva.
"...il titolo della rubrica - ci spiega lo stesso Eco - si riferisce a quei piccoli contenitori cartonati di fiarnmiferi Minerva, e al fatto che nel retro della loro copertina spesso si annotano indirizzi, liste della spesa o (come accade a me) appunti stenografici su quello che ci viene in mente in treno, al bar, al ristorante, leggendo un giornale, guardando una vetrina, frugando tra gli scaffali di una Iibreria..."