LA VIA DEL BUDDHISMO ZEN (saggio di M.Grazia Vasta)
04-01-2026 06:29 - Testi da leggere
La parola giapponese Zen, la cui etimologia e significato derivano dal sanscrito dhyāna, dal pāli jhāna e dal cinese ch'an, vuol dire visione, profonda comprensione, contemplazione, meditazione e designa una scuola specifica del buddhismo. Questo è comunemente considerato una religione anche se non si basa su un Dio creatore da adorare, caratterizzandosi in realtà come un ampio sistema di pensiero filosofico e pratiche spirituali che seguono un percorso di autotrasformazione avente come obiettivo la liberazione dalla sofferenza (Nirvana). Lo Zen non è una filosofia separata nettamente dal buddhismo, ma ha un approccio filosofico e pratico differente: ad esempio non vi riscontriamo gerarchie monastiche, adotta un approccio più minimalista alla disciplina, focalizzata sull’essenzialità della meditazione individuale come via principale per raggiungere l'illuminazione e la pace interiore; inoltre, mentre il buddhismo tradizionale s’impernia su rituali e cerimonie e a volte richiede una comprensione intellettuale delle dottrine nello studio di testi sacri, lo Zen privilegia la realizzazione personale attraverso l'esperienza diretta e l'intuizione, trascendendo il pensiero speculativo razionale per percepire direttamente la natura della realtà.
Il buddhismo è ispirato dagli insegnamenti del Maestro Siddhartha Gautama, principe di un piccolo regno situato nell’attuale Nepal, vissuto tra il 560 e il 480 a.C. circa, conosciuto come Buddha, “Il risvegliato”. Negli anni la filosofia buddista dall’India si diffonderà in Cina ad opera del mistico indiano o persiano Bodhidharma, nato intorno al 483 d.C. e morto intorno al 540 d.C. presso il Tempio Shaolin del Nord (nella provincia cinese di Henan), e considerato il fondatore del buddhismo Zen (o Ch’an). Noto per anni di meditazione in una grotta con il viso rivolto alla parete, secondo la leggenda nel 527 d.C. circa si fermò nel tempio, dove i monaci traducevano i testi buddisti dal sanscrito al cinese, insegnando loro la via della saggezza con uno stile di vita sano e un metodo per allenare mente e corpo; esso darà vita a una tecnica di difesa chiamata poi Kung Fu Shaolin, preceduta da lunghe meditazioni, e che formerà molti monaci come validi guerrieri, dapprima ammirati, poi osteggiati dalle autorità, pericolo che li porterà a trovare rifugio in Giappone, Vietnam, Corea e altri paesi orientali e a trasmettere la loro sapienza, anche se a pochi eletti. Quest’arte in Giappone si trasformerà nell’arte marziale Shorinji Kempo, creata da Doshin So nel 1947 e ispirata ai monaci Shaolin, unendo tecniche Aikido, Judo e Karate e creando un sistema buddista olistico di azione, autodisciplina e crescita spirituale in armonia con gli altri. Un concetto giapponese erede di quest’arte e pertinente all’agire prontamente nella vita basandosi su una forma di percezione amplificata e di acuta reattività è lo zanshin (“mente che rimane” o “spirito persistente”), attitudine a essere vigili e consapevoli con la mente, adottata nei combattimenti, dopo una pratica preparatoria di meditazione, ma valida in ogni gesto della vita quotidiana (lo spirito del gesto), anche il più semplice, vivendo istante per istante, con presenza e intenzione.
Riguardo alle origini, il buddhismo Zen dopo Bodhidharma si diffuse in Cina quindi dal VI secolo d.C. e in seguito grazie al monaco Huìnéng, a cavallo tra il VII e l’VIII secolo, attraverso l’insegnamento basato sulla contemplazione e la meditazione, ispirato anche dal taoismo di Laozi (che perseguiva l’azione senza sforzo, l'armonia con la natura e il flusso naturale delle cose e lo Yin e Yang, l’equilibrio delle forze complementari), con una sorta di sincretismo filosofico-religioso. In Giappone fu introdotto ufficialmente come dono diplomatico nella prima metà del VI sec. d.C., quando il re di Baekje, un regno coreano, inviò testi e immagini buddhiste all'imperatore giapponese; poi ebbe una rapida ascesa presso le classi dominanti dell’epoca, diffondendosi specialmente dai secoli XII e XIII, nel periodo Kamakura, grazie ai maestri Eisai Myōan e Mujū Ichien con la scuola Rinzai. e al maestro Eihei Dōgen con la scuola Sōtō: la prima tramanderà pratiche come la riflessione sui koan, vasto corpus di testi spirituali, enigmi e racconti brevi paradossali utilizzati per rompere la logica ordinaria e favorire l’intuizione e l’illuminazione raggiungendo il satori, il risveglio spirituale; la seconda lo zazen, cioè “la meditazione da seduti”, per arrivare a uno stato di consapevolezza, come effetto del “semplicemente essere” nel momento presente (di solito su un cuscino tondo, zafu, con schiena dritta e occhi socchiusi con lo sguardo verso il basso, per non distrarsi, nella posizione del loto o mezzo loto) o la forma più avanzata di zazen, lo shikantaza, “semplicemente sedersi”, liberando la mente dal flusso dei pensieri, meditando sul respiro, la vacuità, senza scopo o pregiudizi, per raggiungere lo stato di risveglio silenzioso (mokushō zen). Queste scuole sono a tutt’oggi esistenti insieme alla terza più recente, ma oggi meno diffusa scuola Obaku, fondata nel periodo Edo su precetti monastici rigorosi e sui sutra dal poeta cinese Yinyuan Longqi (conosciuto con il nome giapponese Ingen Ryūki), che nel 1654 si recò in Giappone. Poi nel XVIII secolo il maestro Zen Hakuin Ekaku riformò la scuola Rinzai, privilegiando i koan per raggiungere la comprensione della realtà, seguendo un processo continuo di approfondimento verso una crescita spirituale, favorendo una pratica disciplinata di esercizi anche fisici per rafforzare il corpo e calmare la mente e influenzando anche la pratica guerriera dei samurai, come base riflessiva per esplicare la forza vitale. Negli anni ’30 e ‘40 del Novecento alcuni leader Zen appoggiarono il codice del samurai (il Bushido, “la Via del Guerriero”, onore, giustizia e autocontrollo) per giustificare l’aggressione imperiale terminata nel 1945 con la resa del Giappone. Ma intanto il buddhismo Zen, già consolidato in Giappone nel XIX secolo, ad opera di centri importanti come i templi di Kyoto permeava man mano la cultura, la letteratura e l’arte giapponesi (giardini Zen, cerimonia del tè, pittura, calligrafia, haiku, breve forma poetica giapponese, nata già nel XVII secolo), caratterizzando la filosofia e la vita quotidiana, e poi iniziò diffondersi presso le popolazioni occidentali anche grazie allo storico delle religioni Daisetsu Teitarō Suzuki, che con la sua opera principale “Introduzione al Buddhismo Zen” (1934) divulgò gli insegnamenti e le pratiche spirituali, come lo zazen (meditazione seduta) e i koan (enigmi); ma andò oltre, traducendo il mistico svedese Emanuel Swedenborg in giapponese, unendo idealmente la mistica cristiana e lo Zen, e diventando un ponte tra oriente e occidente.
Il buddhismo Zen, con centri e templi in tutto il mondo, ebbe una grande influenza culturale, principalmente a partire dagli anni Sessanta, anche nel cinema, all’insegna del minimalismo, dell’essenzialità e della lentezza, e fu interpretato, specialmente dalla Beat Generation e dai movimenti hippy della controcultura americana, come una filosofia radicale, liberatoria e non dogmatica, capace di modificare profondamente il modo di vivere, continuando ad affascinare ancora oggi, anche tramite siti dedicati e centri online che indicano sostanzialmente una via contrapposta a quella del frenetico e consumistico mondo moderno che richiede all’individuo sempre più velocità ed efficienza; una via per coltivare uno spazio di pace interiore ritrovando il proprio centro, osservando i propri pensieri ed emozioni senza schemi, giudizio e attaccamento, calandosi nel momento presente della vita quotidiana, in una più profonda consapevolezza di sé.
M.Grazia Vasta
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Il simbolo dello Zen è l'Ensō (円相), il cerchio che rappresenta l’eternità, l’infinito, il flusso della vita, la mente libera, l'illuminazione, l'universo, la forza, la vacuità. Non è chiuso, a simboleggiare l’accettazione dell’imperfezione. Disegnarlo è un esercizio meditativo.
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“Lo Shoshin o ‘la mente del principiante’
Dialogo tra maestro Zen e allievo
di Maria Grazia Vasta
Il Maestro (Zenji) Daisuke ("disponibile ad aiutare")
L’allievo (Shoshin = mente del principiante) Ryo ("fresco" o "splendente")
Ryo - «Maestro Daisuke, sono qui da te, curioso di tutto, desideroso di apprendere senza preconcetti, come deve fare ogni shoshin: insegnami ad avere una mente aperta, io umilmente accoglierò i tuoi insegnamenti; mi è stato detto che imparerò la via per il Satori … ma cosa s’intende?», chiese il giovane allievo con occhi attenti e vispi.
Daisuke - «È l’esperienza del risveglio, dell’illuminazione, dell’intuizione che coglie la verità e l’individualità di tutte le cose, con un’esperienza per percezione diretta».
Ryo «Maestro, mi hai detto che lo Zen non è lontano da noi, perché?».
Daisuke - «Perché lo si può praticare nella vita quotidiana, ma allo stesso tempo ti pone al di sopra e al di fuori della contaminazione e degli affari del mondo. Inoltre devi tenere come punto fermo un paradosso: più si conosce un argomento, maggiori sono le possibilità che si chiuda la mente ad ulteriori apprendimenti. Devi tenere la mente aperta, disposta a meravigliarsi di tutto, e al contempo concentrata nel presente, qui e ora, senza schemi mentali, seguendo i due concetti di mu (nulla), che trascende la dualità, e kū (vacuità) mancanza di esistenza indipendente delle cose».
Ryo - «Mi puoi fare un esempio?»
Daisuke - Se tu vuoi imparare a tirare con l’arco, devi essere un tutt’uno con lui e avere una tecnica talmente sopraffina da usarla senza pensarci, senza consapevolezza, dettata dall’inconscio. Tu sei l’arciere, la freccia e il bersaglio al contempo. Oppure considera una mano che regge un pennello: quando lo spirito inizia a dare una forma ha già realizzato quel che intravede e alla fine l’allievo non saprà quale dei due, lo spirito o la mano, avrà compiuto l’opera.
Ricorda che l’essere è il divenire e il divenire è l’essere. Così la coscienza si accorda armoniosamente all’inconscio e la mente si calma. Sii diligente, senza fretta, ma con buona volontà, e ci riuscirai… e io, nel frattempo, avrò pazienza e ti guarderò crescere nella tua maturazione».
Il buddhismo è ispirato dagli insegnamenti del Maestro Siddhartha Gautama, principe di un piccolo regno situato nell’attuale Nepal, vissuto tra il 560 e il 480 a.C. circa, conosciuto come Buddha, “Il risvegliato”. Negli anni la filosofia buddista dall’India si diffonderà in Cina ad opera del mistico indiano o persiano Bodhidharma, nato intorno al 483 d.C. e morto intorno al 540 d.C. presso il Tempio Shaolin del Nord (nella provincia cinese di Henan), e considerato il fondatore del buddhismo Zen (o Ch’an). Noto per anni di meditazione in una grotta con il viso rivolto alla parete, secondo la leggenda nel 527 d.C. circa si fermò nel tempio, dove i monaci traducevano i testi buddisti dal sanscrito al cinese, insegnando loro la via della saggezza con uno stile di vita sano e un metodo per allenare mente e corpo; esso darà vita a una tecnica di difesa chiamata poi Kung Fu Shaolin, preceduta da lunghe meditazioni, e che formerà molti monaci come validi guerrieri, dapprima ammirati, poi osteggiati dalle autorità, pericolo che li porterà a trovare rifugio in Giappone, Vietnam, Corea e altri paesi orientali e a trasmettere la loro sapienza, anche se a pochi eletti. Quest’arte in Giappone si trasformerà nell’arte marziale Shorinji Kempo, creata da Doshin So nel 1947 e ispirata ai monaci Shaolin, unendo tecniche Aikido, Judo e Karate e creando un sistema buddista olistico di azione, autodisciplina e crescita spirituale in armonia con gli altri. Un concetto giapponese erede di quest’arte e pertinente all’agire prontamente nella vita basandosi su una forma di percezione amplificata e di acuta reattività è lo zanshin (“mente che rimane” o “spirito persistente”), attitudine a essere vigili e consapevoli con la mente, adottata nei combattimenti, dopo una pratica preparatoria di meditazione, ma valida in ogni gesto della vita quotidiana (lo spirito del gesto), anche il più semplice, vivendo istante per istante, con presenza e intenzione.
Riguardo alle origini, il buddhismo Zen dopo Bodhidharma si diffuse in Cina quindi dal VI secolo d.C. e in seguito grazie al monaco Huìnéng, a cavallo tra il VII e l’VIII secolo, attraverso l’insegnamento basato sulla contemplazione e la meditazione, ispirato anche dal taoismo di Laozi (che perseguiva l’azione senza sforzo, l'armonia con la natura e il flusso naturale delle cose e lo Yin e Yang, l’equilibrio delle forze complementari), con una sorta di sincretismo filosofico-religioso. In Giappone fu introdotto ufficialmente come dono diplomatico nella prima metà del VI sec. d.C., quando il re di Baekje, un regno coreano, inviò testi e immagini buddhiste all'imperatore giapponese; poi ebbe una rapida ascesa presso le classi dominanti dell’epoca, diffondendosi specialmente dai secoli XII e XIII, nel periodo Kamakura, grazie ai maestri Eisai Myōan e Mujū Ichien con la scuola Rinzai. e al maestro Eihei Dōgen con la scuola Sōtō: la prima tramanderà pratiche come la riflessione sui koan, vasto corpus di testi spirituali, enigmi e racconti brevi paradossali utilizzati per rompere la logica ordinaria e favorire l’intuizione e l’illuminazione raggiungendo il satori, il risveglio spirituale; la seconda lo zazen, cioè “la meditazione da seduti”, per arrivare a uno stato di consapevolezza, come effetto del “semplicemente essere” nel momento presente (di solito su un cuscino tondo, zafu, con schiena dritta e occhi socchiusi con lo sguardo verso il basso, per non distrarsi, nella posizione del loto o mezzo loto) o la forma più avanzata di zazen, lo shikantaza, “semplicemente sedersi”, liberando la mente dal flusso dei pensieri, meditando sul respiro, la vacuità, senza scopo o pregiudizi, per raggiungere lo stato di risveglio silenzioso (mokushō zen). Queste scuole sono a tutt’oggi esistenti insieme alla terza più recente, ma oggi meno diffusa scuola Obaku, fondata nel periodo Edo su precetti monastici rigorosi e sui sutra dal poeta cinese Yinyuan Longqi (conosciuto con il nome giapponese Ingen Ryūki), che nel 1654 si recò in Giappone. Poi nel XVIII secolo il maestro Zen Hakuin Ekaku riformò la scuola Rinzai, privilegiando i koan per raggiungere la comprensione della realtà, seguendo un processo continuo di approfondimento verso una crescita spirituale, favorendo una pratica disciplinata di esercizi anche fisici per rafforzare il corpo e calmare la mente e influenzando anche la pratica guerriera dei samurai, come base riflessiva per esplicare la forza vitale. Negli anni ’30 e ‘40 del Novecento alcuni leader Zen appoggiarono il codice del samurai (il Bushido, “la Via del Guerriero”, onore, giustizia e autocontrollo) per giustificare l’aggressione imperiale terminata nel 1945 con la resa del Giappone. Ma intanto il buddhismo Zen, già consolidato in Giappone nel XIX secolo, ad opera di centri importanti come i templi di Kyoto permeava man mano la cultura, la letteratura e l’arte giapponesi (giardini Zen, cerimonia del tè, pittura, calligrafia, haiku, breve forma poetica giapponese, nata già nel XVII secolo), caratterizzando la filosofia e la vita quotidiana, e poi iniziò diffondersi presso le popolazioni occidentali anche grazie allo storico delle religioni Daisetsu Teitarō Suzuki, che con la sua opera principale “Introduzione al Buddhismo Zen” (1934) divulgò gli insegnamenti e le pratiche spirituali, come lo zazen (meditazione seduta) e i koan (enigmi); ma andò oltre, traducendo il mistico svedese Emanuel Swedenborg in giapponese, unendo idealmente la mistica cristiana e lo Zen, e diventando un ponte tra oriente e occidente.
Il buddhismo Zen, con centri e templi in tutto il mondo, ebbe una grande influenza culturale, principalmente a partire dagli anni Sessanta, anche nel cinema, all’insegna del minimalismo, dell’essenzialità e della lentezza, e fu interpretato, specialmente dalla Beat Generation e dai movimenti hippy della controcultura americana, come una filosofia radicale, liberatoria e non dogmatica, capace di modificare profondamente il modo di vivere, continuando ad affascinare ancora oggi, anche tramite siti dedicati e centri online che indicano sostanzialmente una via contrapposta a quella del frenetico e consumistico mondo moderno che richiede all’individuo sempre più velocità ed efficienza; una via per coltivare uno spazio di pace interiore ritrovando il proprio centro, osservando i propri pensieri ed emozioni senza schemi, giudizio e attaccamento, calandosi nel momento presente della vita quotidiana, in una più profonda consapevolezza di sé.
M.Grazia Vasta
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Il simbolo dello Zen è l'Ensō (円相), il cerchio che rappresenta l’eternità, l’infinito, il flusso della vita, la mente libera, l'illuminazione, l'universo, la forza, la vacuità. Non è chiuso, a simboleggiare l’accettazione dell’imperfezione. Disegnarlo è un esercizio meditativo.
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“Lo Shoshin o ‘la mente del principiante’
Dialogo tra maestro Zen e allievo
di Maria Grazia Vasta
Il Maestro (Zenji) Daisuke ("disponibile ad aiutare")
L’allievo (Shoshin = mente del principiante) Ryo ("fresco" o "splendente")
Ryo - «Maestro Daisuke, sono qui da te, curioso di tutto, desideroso di apprendere senza preconcetti, come deve fare ogni shoshin: insegnami ad avere una mente aperta, io umilmente accoglierò i tuoi insegnamenti; mi è stato detto che imparerò la via per il Satori … ma cosa s’intende?», chiese il giovane allievo con occhi attenti e vispi.
Daisuke - «È l’esperienza del risveglio, dell’illuminazione, dell’intuizione che coglie la verità e l’individualità di tutte le cose, con un’esperienza per percezione diretta».
Ryo «Maestro, mi hai detto che lo Zen non è lontano da noi, perché?».
Daisuke - «Perché lo si può praticare nella vita quotidiana, ma allo stesso tempo ti pone al di sopra e al di fuori della contaminazione e degli affari del mondo. Inoltre devi tenere come punto fermo un paradosso: più si conosce un argomento, maggiori sono le possibilità che si chiuda la mente ad ulteriori apprendimenti. Devi tenere la mente aperta, disposta a meravigliarsi di tutto, e al contempo concentrata nel presente, qui e ora, senza schemi mentali, seguendo i due concetti di mu (nulla), che trascende la dualità, e kū (vacuità) mancanza di esistenza indipendente delle cose».
Ryo - «Mi puoi fare un esempio?»
Daisuke - Se tu vuoi imparare a tirare con l’arco, devi essere un tutt’uno con lui e avere una tecnica talmente sopraffina da usarla senza pensarci, senza consapevolezza, dettata dall’inconscio. Tu sei l’arciere, la freccia e il bersaglio al contempo. Oppure considera una mano che regge un pennello: quando lo spirito inizia a dare una forma ha già realizzato quel che intravede e alla fine l’allievo non saprà quale dei due, lo spirito o la mano, avrà compiuto l’opera.
Ricorda che l’essere è il divenire e il divenire è l’essere. Così la coscienza si accorda armoniosamente all’inconscio e la mente si calma. Sii diligente, senza fretta, ma con buona volontà, e ci riuscirai… e io, nel frattempo, avrò pazienza e ti guarderò crescere nella tua maturazione».




