19 Maggio 2024

COLORI di Cinzia Masiello

28-04-2024 07:15 - Testi da leggere


COLORI

di Cinzia Masiello





BIANCO

Ottobre 1961. Sono nata sul mare, in un’ora improponibile e scomoda: per tutti. Alle 23.50

veramente nessuno ha la benché minima voglia di fare alcunché di impegnativo. Anche l’impiegato

dell’Anagrafe concluse, con inopinato romanticismo, che, piuttosto che in un orario per così dire

“borderline”, s’addiceva venire al mondo inaugurando un nuovo giorno, neanche a dirlo,“ricco di promesse”,

e mi registrò con data successiva. Dalla finestra della clinica la prima mattina dalla mia recentissima

autonomia vitale s’insinuava il vociare perentorio dei pescatori gareggiando, nella camera bianchissima e

troppo luminosa, con i miei vagiti. Mia madre, mio padre e mia sorella, sei occhi puntati sulla culla,

studiavano i lineamenti del mio volto per capire a chi spettasse il merito o il demerito di quell’inedita

acquisizione nel collaudato bilancio familiare. E, per ripristinare la gerarchia sul predominio incontrollato

delle sonorità, mi misero uno spregevole tappo gommoso forzosamente in bocca. Lo sputai

immediatamente, senza remore. “Blutta“ - si palesò Laura, la primogenita – “Blutta“ - insistette. “E’ gelosa“ -

la giustificò mio padre richiamandola a sé e abbracciandola. “Le seconde vengono su meno viziate e più

autonome“ - intervenne mia madre - ristabilendo gli equilibri.


ROSSO

Le scuole dell’obbligo le feci coi grembiuli, le coccarde e i banchi di legno, di quelli con il piano

obliquo che la bic era perfetta per inciderci frasi idiote e ghirigori per poi rotolare impietosa chissà dove e tu,

ginocchioni, a invocarla sotto la pedana di legno, che la mano veniva fuori irriconoscibile, ma almeno mi

risparmiavo a casa l’onta di essere redarguita circa la mia sbadataggine e i sacrifici dei miei.

Ogni mattina mio padre mi accompagnava con la sua Fiat 850 color sabbia in centro città, dove c’erano gli

istituti migliori e meglio frequentati, tutti figli di medici e avvocati, proprio accanto alla Cassa Mutua

Coltivatori Diretti, dove lavorava. Quel giorno, il 2 Febbraio 1971, bisognava arrivare con largo anticipo:

veniva a farci visita il Signor Sindaco. “Grembiuli impeccabili e fiocco azzurro fresco di bucato”, ordinò la

maestra Menga Lucarella Chiara Rosa. Non so come successe, ho continuato a chiedermelo per un tempo

infinito, forse avevo poggiato con troppa veemenza la cartella sul ripiano, ma, mentre tutte in piedi

recitavamo il Padre Nostro, avvertii un gocciolio sordo e regolare sulle mie scarpe. Stanca delle quotidiane

fatiche la penna aveva vomitato il suo rancore sul pane con i pomodori, che non avrei mangiato per

merenda, tracimando sul mio grembiule immacolato. “Levalo che è meglio“, disse la maestra senza

compassione, e il fotografo scattò una foto di gruppo col sindaco che stringeva la mano alla maestra e noi

della classe a fare da sfondo, me in prima fila, ché dietro andavano le più alte, gli occhiali e la gonna rossa a

pois più scuri che dovevo mettermi tutti i mercoledì.


VERDE

La voce inequivocabile del Gran Varietà dalla radiolina nel bagno grande e l’odore di sugo mischiato allo

zabaione nella tazza senza manico erano i segni tangibili del giorno di festa. “La vuoi una polpetta, che le ho

appena fatte?” mi tentava mia madre; io l’accettavo con studiata ingordigia, per farle piacere. Quella

domenica c’erano le teglie pronte sul tavolo, l’idrolitina e il mangiadischi con il chiange-chiange, che nel

linguaggio criptico di mia madre era Battisti, di cui non apprezzava affatto il sentimento doloroso della vita di

talune melodie.

Partimmo per il trullo coi cugini, gli zii e una decina di amici. Capeggiavo il gruppo dei piccoli, col Manuale

delle Giovani Marmotte, finché Mariella ebbe l’idea: “Andiamo a esplorare il boschetto qui vicino“ e tutti

decisero in quel preciso istante dell’urgenza di un repentino cambiamento al vertice. Ci incamminammo in

fila indiana, ignorati dai grandi che trafficavano tra ceppi di legna e paioli. “Guardate, ci sono i ciclamini“

disse qualcuno, “Ho trovato dei funghi“ incalzò un’altra voce, “Venite a vedere questo riccio“ rubò la scena

uno dei più coraggiosi; tutto ci sembrava nuovo, era nuovo e misterioso, un microcosmo declinato in tutte le

sfumature del verde. Poi ci fu la prima goccia. Due, due più due: un diluvio, anche quello di proporzioni mai

viste. Ricordo il freddo intenso, avvenente, i vestiti fradici appesi al camino, i brividi sulla pelle, un piacere

sconosciuto.


GIALLO

La pagella dell’anno scolastico 1974-1975 me la ricordo bene perché i miei decisero di premiare il mio

impegno con una vacanza-studio in Inghilterra, in tempi non sospetti, quando non era un dovere, né una

moda, né tanto meno uno status. La mia ossessione per la libertà e l’autonomia, che non mi dava tregua da

quando ero nata, venne oltremodo alimentata da questa occasione insperata: un mese lontana da casa,

quattro lunghe settimane, per misurare le mie forze e la mia capacità di stare al mondo, per di più in un

paese straniero. Mi lasciai travolgere dai ritmi, dalle luci, dalle stravaganze della Londra vintage, fino a

perdermi nel frastuono di Piccadilly Circus, per tornare dalla mia famiglia ospitante grazie alla solerzia di un

flic cui avevo chiesto aiuto. Una notte sentii i passi della padrona di casa raggiungere la mia camera al piano

superiore e bussare alla mia porta. Aveva con sé una busta gialla e mi spiegò che le avevano telefonato di

consegnarmela quanto prima. Mi affrettai ad aprire la missiva e, sulle prime, lessi senza capire, assonnata e

sottoposta in quelle condizioni e a quell’ora ad una traduzione simultanea a beneficio della mia ospite.

Mentre le parole acquistavano, una dopo l’altra, senso e spessore, misi il guinzaglio al delirio d’onnipotenza

che si era impadronito di me in quei giorni memorabili… Gli zii, quelli che di rado venivano dal Nord, mi

aspettavano a Bari.

Entrai nella stanza dei miei genitori e feci fatica a individuare i volti dei presenti, la luce era fioca e

l’atmosfera ovattata. Sul letto giaceva un uomo di mezza età che doveva essere mio padre, consunto in meno

di un mese da un male indecente. Mi afferrò la mano tirandomi a sé: troppe persone a ripartire quella

intimità. Uscendo dalla camera percepii confusamente le frasi di cordoglio di alcune compagne di scuola con

le quali non avevo mai condiviso niente. Me ne andai al mare perché era l’unica cosa che avesse senso, per

me, in quel torrido pomeriggio di fine agosto: nessuno me lo ha mai perdonato.


INDACO

Le feste il sabato sera si facevano a rotazione: prima o poi capitava di doverle organizzare a casa propria. E

non era proprio il massimo, con i genitori relegati in cucina che, comunque, approfittavano di quella

occasione per schedare una volta per tutte l’identikit fisico e psichico dei compagni: chi non passava l’esame

era out. Poi stavi fresco a cercare di rimischiare le carte per riabilitare l’appestato, il tribunale di casa mia non

riconosceva diritto d’Appello. Quella sera doveva essere speciale, erano venuti anche i ragazzi più grandi,

dell’età di mia sorella, che si erano degnati perché conoscevano una delle ragazze. Venne anche lui. Mille

volte avevo coccolato l’istante preciso in cui avrebbe varcato la soglia, ma solo con l’immaginazione, quello

che avrebbe fatto, quello che avrei detto, quello che sarebbe successo. Lo sbirciavo in piazza quando

strusciavo in centro con le gemelle, ridendo a crepapelle senza un perché e sentivo i suoi occhi sui miei

vestiti, sui capelli, alle mie spalle. Prendevamo lo stesso autobus indaco per il mare, lo sapevamo, ma non ci

conoscevamo. Un giorno arrivò ad una festa con una bionda imbalsamata e mi dissero che era la sua ragazza

da molto tempo. Non ricordo come iniziammo a frequentarci e spesso a casa mia arrivavano telefonate

mute: l’apparecchio trillava senza ritegno nel bel mezzo della casa, si scatenava una gara all’ultimo sangue

tra me e mia sorella, ma puntualmente arrivava mamma che metteva a tacere le rivendicazioni. “Pronto? Chi

parla?” Nessuno rispondeva dall’altra parte, ma neanche riagganciava, o meglio, rimaneva in linea se

rispondevo io. Adoravo quei silenzi. Il 3 Ottobre di quell’anno era venuto a casa per farmi gli auguri.

Sicuramente c’era tanta gente, sicuramente ballarono, risero, cantarono “Tanti Auguri” e soffiai sui miei

sedici anni. Ma arrivò anche il momento di salutarci: lui mi disse se l’accompagnavo giù per le scale, sei

benedettissimi piani da centellinare, sfiorandoci inavvertitamente, quando, all’improvviso, si fermò e mi mise

una mano tra i capelli. Qualcuno chiamò l’ascensore e, subito dopo, avvertimmo dei passi provenienti da giù,

sempre più vicini, vicinissimi: sentii, tutti sentirono, la voce stentorea di mia madre che esclamava: “si ricordi

che mia figlia è abituata a congedare le persone sulla porta di casa“ e mi scaraventò nell’ascensore.


IRIDE

Quell’estate smaterializzò gli esami di Filosofia in un appagamento laico, profano, di carne, sudore,

polvere e sangue. Nel viaggio, esanime, accartocciata sul valigione 4 stagioni, incastrato nella fisarmonica del

treno anni 80, respiravo umori, schiamazzi osceni e mele, sgranocchiate dagli studenti della tratta Pisa-

Apulia: gli occhi costretti ad altezza di culi, cosce e anelli del girone di seconda classe. Vite, racconti e rancori

intrecciati inestricabilmente, da non trovare nemmeno lo spazio per andare a pisciare. E poi mamma, sorella,

la sporcizia delle strade e la goccia di sudore che si forma, si sostanzia, lenta, e implacabile, capelli-occhio-

zigomo-guancia, s’interseca incosciente e raggiunge il confine delle labbra, appagandosi finalmente nel

profilo piano di un sorriso: casa. Luglio rovente di Puglia, di magliette madide e notti stesa per terra, sul

marmo freddo, l’arsura in gola e sulla pelle . La p e l l e.

Quella sera non volevo neanche uscire, tutto il santo giorno a indossare la sabbia, a stordirmi di mare. Al

telefono insistevano, e mi piaceva. C’era una barca ad aspettarci e una canzone ad avvilupparci e il profumo

di doposole e acqua di colonia a bruciarci le narici. Ragazzi e ragazze con le facce giuste. E la tua faccia

sbagliata, beffarda, a sbriciolare e sminuzzare in poltiglia passato presente e futuro. Nell’andirivieni

spasmodico sul natante, neanche me n’ero accorta, dei gomiti sfiorati, di mani nervose, di toni eccessivi:

troppo ridevamo. Ma quando mi cercasti, squillando nella gogna imperscrutabile del telefono nel corridoio,

mentre mangiavamo in cucina, ti riconobbi senza esitare. Sulla p e l l e. Non so come facevi a trovare le

chiavi per aprire tutte le porte. Camminavamo e mi chiedevi: dove vuoi entrare? Io ti indicai un palazzo

qualsiasi di una strada qualunque. Tirasti fuori un mazzo dalla tasca e infilasti quella giusta, mentre il cuore

andava a mille. Il portone cedette docile all’invito e prendemmo l’ascensore sino ad arrivare davanti ad una

porta. Se ti va entriamo, dicesti. Anche quell’ostacolo si lasciò violare e il mio corpo era scosso da fremiti.

Capii che non avrei più avuto limiti, una vertigine ci percorse per mesi, una febbre, un bisogno smemorato,

un’irresolutezza programmata, inchiodati al nostro spaesamento, lontani anni luce dalle impellenze. Due

teppisti. Una notte non riuscivo a prendere sonno, mille sipari si aprivano senza richiudersi, un’afa innaturale

di fine settembre. Vidi il vetro smerigliato della porta assumere progressivamente la propria fisionomia

iridescente, mobile e cangiante alle prime luci, per accogliere e definire l’ombra con la sagoma di mamma:

hanno telefonato dall’ospedale, mi disse costernata. C’è stato un incidente mortale stanotte sulla statale per

Massafra. Mi domandai istupidita come avrei fatto a riacciuffare il ritmo cadenzato del mio ciclo vitale, a

tirare fuori il caffelatte da un bicchiere di whisky.


CELESTE

L’ultimo giorno in cui ho tenuto una sigaretta fra le mani me lo ricordo bene perché condivideva lo spazio

con una scatolina allungata, celeste chiaro, che avevo comprato in farmacia. Guardavo il Tevere dalla finestra

della foresteria e aspettavo che trascorresse il tempo deputato per conoscere il responso. Era diverso ora:

tutti i tasselli della mia vita occupavano uno spazio rispettabile, la laurea, l’impiego, il matrimonio con un

bravo ragazzo, una posizione. La gravidanza, ora, poteva a buon diritto definirsi desiderata. Avevo imparato,

a mie spese, che le aspirazioni, per essere partecipate, devono esprimersi e avverarsi a tempo debito. Quel

giorno ho smesso di fumare e sono diventata astemia. Una brava madre e una moglie affidabile. Ho sbavato

giorno dopo giorno il mio bozzolo di seta grezza dentro il quale mi sono sentita al sicuro. Da me stessa. Ho

provato benessere nel farlo, nel lasciarmi alle spalle i capelli in balia del vento, a volte una brezza leggera, più

spesso folate da lasciarmi scarmigliata e infreddolita. La mia casa rimandava la mia metamorfosi: avevo

trovato un posto per ogni cosa, mi ero circondata di tutto ciò che amavo e accarezzavo gli oggetti togliendo

la polvere, ripercorrevo mentalmente le tappe della mia esistenza scivolando senza far rumore. Fino a

quando ci venne comunicato che ci saremmo trasferiti in un’isola, anzi un’isola nell’isola sarda. Mi sentii

spiazzata.

La Maddalena mi prese con un capogiro, la testa roteava sulla giostra di carrozze e cavallucci a dondolo,

sempre raffiche di maestrale a sferzarmi il volto, mentre percorrevo l’isola in bicicletta, in lungo e in largo. Mi

resi conto che qualcosa doveva essermi successa una splendida mattina di maggio, il mare una tavola celeste

distesa, inerme, alla mercé di un sole galante e inoffensivo. Mi ero sdraiata sul pontile, testimone di quel

miracolo, e, senza rendermene conto, cominciai a cantare, dapprima tra me e me, poi a voce sempre più alta,

fino a gridare. Mio figlio da lontano cominciò a sbracciarsi al mio indirizzo, poi a correre verso di me. Arrivò

col fiatone, per avvisarmi che proprio dietro la curva, che da lì non potevo vedere, c’era un gruppo di signore,

esterrefatte dal mio cantare a squarciagola. Per tutta risposta ripresi la canzone dal punto in cui l’avevo

interrotta, mentre gli occhiali da sole filtravano l’imbarazzo dipinto negli occhi del ragazzo.


NERO

Nero. Come i capelli che non potrò più avere, aveva sottolineato la mia parrucchiera di fiducia, non dopo i

quaranta: accentuano gli spigoli, signora, tipici della terza età, non mi dica che non è d’accordo. Nero il

tailleur che avevo tirato fuori dall’armadio, nere le scarpe, nera la borsa. Lucida. Salii in macchina e Adriana

parlava, parlava anche la radio, anche il cellulare del collega cominciò a parlare e le parole si aggrovigliarono

sull’asfalto che correva veloce dal finestrino. Nera quella notte senza luna. Entrammo nel locale assordante e

abbacinato da una luce al neon da illuminare la polvere negli angoli dei tavoli. Con la coda dell’occhio mi

sincerai del mio posto vuoto attorno alla tavola imbandita. Intercettai, avviandomi, la presenza di un volto

noto, salutai, i piedi inchiodati, e parlai, una parola, due, una frase, due frasi, punto e punto e virgola. Arrivò

anche l’ultima delle parole e le scarpe girarono su se stesse, tac tac tac, fino al tavolo. Gli occhi fissi sulla

girandola parossistica dei vassoi impegnati in una danza senza regole. La mano raccolse qualcosa dal piatto e

la posò dove doveva. Quel sapore l’avevo già sentito. Era successo quella mattina, nello studio dell’avvocato

presso cui mi costringevo a lavorare: “Dovremmo impostare il discorso a partire dalla dignità umana,

dottoressa. Troverà materiale utile alle sue ricerche nel tomo alla sua sinistra“. Mi volsi alla libreria e, in quel

preciso istante, mi resi conto che quell’odore di minestrone attaccato ai muri di quella casa studio, con le

finestre sprangate, mi dava la nausea.


ARANCIO

Dal settembre 2008 al settembre 2013 sono vissuta in Tunisia. Un capovolgimento di prospettiva. All’inizio

pensavo che mai sarei riuscita a guidare nel formicaio dei suk e nell’anarchia dei boulevard, ma dopo

pochissimo tempo andavo dovunque e facevo come loro. Nei mercati era logico toccare con mano la

freschezza della merce e nelle panetterie ognuno saggiava la fragranza del pane affondando le dita lerce,

prima di eleggere la baguette di turno. La raccolta differenziata avveniva nei bidoni della spazzatura: passava

qualcuno a caricarsi sulla bici montagne di bottiglie di plastica da rivendere, poi c’era chi prendeva il pane

vecchio per gli animali, a qualcuno interessava il metallo e i gatti ripulivano tutto il resto. I bambini facevano

chilometri, anche dalle campagne, per andare a scuola e i miei figli non chiedevano più jeans firmati e

cellulari ultimo grido: semplicemente non se ne vedevano, ergo non esistevano. Si parlavano tre lingue,

anche a scuola, in ogni scuola, dai telegiornali arrivavano notizie dal mondo. Tutto era più facile, da fare e da

capire. Tutto era possibile. Un giorno era arrivata la sabbia dal deserto, aveva ricoperto ogni cosa di un colore

ocra-arancio, caldo e avvolgente: presi un cartoncino dalla camera dei ragazzi, un pennello rimediato dai loro

astucci, e cominciai a dipingere. Non mi sono più fermata.


GRIGIO

Oggi mi sono guardata allo specchio: e non, come faccio abitualmente, una rapida occhiata con lo

spazzolino tra i denti. E’ stato in macchina, mentre aspettavo che mio figlio terminasse la lezione di tennis. Il

sole era basso all’orizzonte e colpiva il mio profilo migliore. Mi è tornata in mente una canzone in cui si

paragona un volto al crollo di una diga. Ecco, ci siamo, mi sono detta, e col pollice e l’indice ho cominciato a

darmi dei pizzicotti per cercare di distendere i lineamenti che mi rimandava l’immagine di fronte. Non c’era

gusto a stringere quella carne. Sicuramente mio zio, che da piccola mi torturava afferrando le gote tra due

dita e rigirandole in senso orario, si sarebbe ritratto inorridito. Pelle senza carne, senza spessore, un

involucro di copertura, senza vita e senza colore, se non per il grigiastro delle vene, di cui è fin troppo facile

ora seguire evoluzioni e confluenze. Quando era successo? Quando la mappatura del territorio aveva

infranto la mia faccia? La prima volta doveva essere stata quel pomeriggio, dopo la scuola, che mi ero

avvicinata, come sempre, ai ragazzi per chiedere se avessero bisogno d’aiuto nei compiti. Fu l’ultima volta

che glielo chiesi e, da quel giorno, trovai anche le porte delle camere chiuse. Sono iniziate le pizze con gli

amici e i bisbigli in radiofrequenza hanno preso il posto delle nostre conversazioni. Le mattine si sono fatte

più lunghe, anche i pomeriggi si sono dilatati ed ho iniziato a guardare in tralice il carrello della spesa per il

mercato rionale. Se la mattina non prendo il treno per andare al lavoro, non esco di casa: detesto incontrare

vecchi sulle panchine e mamme nei giardinetti. Mi esercito a irreggimentare il ribollio scendendo a patti con

la realtà. Ogni giorno una richiesta di pace: lo facevo sempre, giocando con Maria, la bambina del piano di

sopra, che neanche al tavolo arrivavamo: facevamo la casetta con le bambole sotto, tra le gambe delle sedie,

perché sopra il tavolo c’era l’Angelo “guaiaprofanarlo”, una coperta a garantire l’intimità e lei con l’indice e il

medio a tormentarsi continuamente le labbra con quel suono monotono brbrbrbrbr, “mi sono

scompagnata”, diceva. Ma l’altro giorno, che portavo il ragazzo a scuola, ha attraversato la strada la sua prof

di chimica e lui ha commentato, laconico: “Qualcuno dovrà spiegarle che non è più una studentessa”. Aveva

uno zaino sulle spalle. Il mio era sul sedile posteriore.

***


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