26 Novembre 2020

Neha Lal, Anzio, SCRITTURA

21-01-2018 00:28 - Catalogo degli Artisti
mi chiamo Neha Lal

abito ad Anzio

la mia email è QUI

mi propongo nel Catalogo degli Artisti di CittaInsieme per la
SCRITTURA

mi presento brevemente:
Nata a Roma il 24 maggio 1998, mi avvicinai allo scrivere all´età di 11 anni.
Dopo essermi cimentata in vari campi della scrittura mi innamorai del genere noir.


Le mie opere sono leggibili QUI ma ecco di seguito alcune di esse:


Telo Nero
Erano giorni che uscivo di casa solo per le sigarette. Passavo la giornata a leggere i libri di mio nonno e a fumare. Mi facevano sentire più vicino a lui. Lui leggeva e fumava molto. Ed è morto proprio mentre leggeva: sembrava essersi addormentato, la sigaretta gli era caduta dalla mano; andai accanto a lui sorridendo: “hey nonno, ti sei addormentato?”. Cercai invano di svegliarlo ma ormai… era troppo tardi. Da allora presi le sue abitudini, ma senza la sua allegria: volevo sentirlo più vicino a me per stare bene.
Un giorno bussò alla porta un amico, aveva in mano un pacchetto di Marlboro Rosse e una pizza. Mi disse che era preoccupato e che dovevo affrontare la sua morte. Mi disse che sembravo depresso.
Puzzavo. Avevo un aspetto orribile. La casa era in disordine. E lui mi fece notare tutto ciò, ma a me non interessava. Guardavo il vuoto mentre lui urlava cose su di me, quanto sono pigro, dovrei uscire, dovrei curarmi. Poi si accorse che non lo ascoltavo, si avvicinò alla mia faccia e mi guardò negli occhi.
“A cosa stai pensando?”.
Silenzio.
Abbassai lo sguardo.
Parlai.
“Penso che non mi interessa cosa volesse mio nonno. Lui non c’è più. Non c’è un paradiso da dove può guardarmi ed essere triste o adirarsi. E se ci fosse sarebbe solo un grandissimo stronzo a volermi felice sapendo quante ne ho passate, sapendo che avevo solo lui. Quindi non puoi dirmi “fallo per lui”. Lui non c’è più. La sua poltrona è calda perché ci sono io a scaldarla. E questo mi sembra solo un cazzo di cliché – mi alzai e diedi un calcio alla poltrona – questo non è un film, qui anche quando era in vita mi ci potevo sedere, come chiunque. Sto solo cercando un’immagine che non mi faccia ammazzare. Stando seduto qui io penso a morire, ma non mi ammazzo. Perché qui sopra lui è vivo. Lo sento. Vuoi che vada fuori a divertirmi quando quel vecchio è morto davanti ai miei occhi e io non ho potuto fare niente? Pensi che una festa, una scopata, ‘sta cazzo di pizza possano colmare il vuoto che già avevo e quell’uomo aveva riempito? Ecco a cosa penso. A morire. Come lui. Su questa poltrona.”
Silenzio.
Lui andò via.
Mi tolsero la corrente, l’acqua e via dicendo perché non pagavo più niente. Ogni tanto un amico mi portava da mangiare, io non mangiavo mai se non in quelle occasioni. Ogni tanto qualcuno si presentava col sorriso sulle labbra e mi ripuliva casa, ma poi se ne andava con l’amaro in bocca. Io non reagivo. Non volevo. Una volta riuscirono a farmi fare una doccia e a farmi uscire di casa. Ma non cambiò molto. Pensavo a morire ma in un altro posto. Restai con una birra in mano, una sola per tutto il tempo. I miei amici si divertivano, parlavano di lavoro, di ragazze, dell’Università, di quanto fosse dura. Io ascoltavo i loro discorsi insignificanti sulla vita. La vita. La vita non è altro che un percorso inutile fino alla morte. Alcune persone cercano di essere meno insignificanti di ciò che sono. Altre riconoscono di esserlo. Le più stupide cercano di condurre vite sane o si fanno influenzare dalle religioni. Ma qui non c’è un dio e noi tutti siamo destinati alla morte.
Ogni giorno volevo abbreviare il mio percorso, il percorso della vita, intendo. Ma mi mancava il coraggio. Poi un giorno presi un telo nero e mi ci coprii la faccia. Ero sul tetto del mio palazzo. Iniziai a camminare in avanti. Sapevo che ero troppo fifone per farlo da solo, per questo mi ero coperto la faccia: se non avessi visto il percorso, non mi sarei arreso a qualche passo di distanza. Avevo gli occhi oscurati dal telo. Calpestai il vuoto. Persi l’equilibrio. Tirai via il telo. Avevo ancora gli occhi chiusi per godere a pieno quella bellissima sensazione, era come se il vento mi cullasse. Poi dolore. Sentii il mio corpo disintegrarsi. Non riuscivo più ad aprire gli occhi. Non sentivo più le urla. Vedevo bianco. Finalmente ero morto, anche se quando levai il velo mi sembrò di non voler morire davvero. Ma oramai era successo.


Nuda
Mi tolsero tutto.
Il cibo. I soldi. I vestiti.
Mi tolsero tutto.
Il paese. La religione. Le tradizioni.
Mi tolsero tutto.
La serenità. La pace. La dignità.

Mi derisero per via della mia pelle,
Tanto da farmela odiare.
Mi derisero perché avevo vestiti diversi dai loro,
Tanto da farmi spogliare.
E io rimasi nuda con solo le mie lacrime.

Mi tolsero tutto.
Però non mi tolsero la vita,
Ma fu il male peggiore.


Storia di un clandestino qualsiasi
Quel giorno sembrava come gli altri. La guerra aveva raso al suolo il nostro paese e come tutti i giorni, la nostra era diventata una continua lotta di sopravvivenza. Non avevamo soldi, non avevamo cibo, non avevamo niente. Ogni giorno, nel nostro piccolo paese moriva qualcuno, ogni giorno qualcuno se ne andava. Un modo per scappare dalla miseria erano i barconi: centinaia di persone prendevano tutto ciò che li rimaneva, ma a volte partivano anche senza bagagli, partivano con i loro figli o da soli e si lasciavano trasportare dal destino. A volte ricevevamo notizie di qualcuno che è morto nel viaggio, a volte sentivamo in televisione di una barca approdata a Lampedusa, 200 morti, 100 morti, tutti limitati in quel numero, dimenticati il giorno dopo, perché per la televisione non sono nessuno, ma per noi sono fratelli, amici, padri, sorelle. Pochi mesi fa, un paese un po’ distante dal nostro si era messo d’accordo per salvare i loro figli: la fame stava uccidendo quei poveri bambini e quindi, a malincuore, le famiglie decisero di mandar via quei bambini verso l’America o la Francia; ma gran parte di loro morì nel viaggio. Io e Talib rimanemmo pietrificati. Quale miseria può far separare una madre dal proprio figlio in questo modo? Quando mio fratello morì, mia madre morì con lui. Il suo dolore era talmente forte che tutto ciò che la teneva in vita eravamo noi altri figli, come diceva lei. Ma piano piano fu presa dalla depressione e smise di mangiare per non far mancare il cibo a noi e morì di fame.
Eravamo tutti stufi di questa situazione: guerra, fame, malattie, povertà. Questo era il nostro mondo. Fino a quel giorno, quando Talib si presentò a casa mia e mi annunciò che se ne sarebbe andato:
-Cosa? Dove vuoi andare?
-In America.
-Nessuno è mai riuscito ad arrivarci, in America. Rischi di morire nel viaggio!
-Rischio di morire anche qui. Almeno, in mare, avrò tentato qualcosa.
Non potevo dargli torto. Come potevo dargli torto? Aveva ragione. Mi disse che sarebbe partito fra una settimana e poi mi propose di partire con lui. Guardai in basso le mie mani senza rispondere, la mia pelle era olivastra, quasi rugosa, nonostante la mia giovane età. Lui le strinse fra le sue e andò via senza salutarmi.

Aidha non era contenta del fatto che sarei partito e sicuramente non sarebbe venuta con me. Ma la mia decisione aveva una motivazione: non avevo nulla da perdere. Ero rimasto orfano di padre nella guerra e mia madre era molto malata. Avevo 3 sorelle, quando nacque la più piccola, mio padre era già morto. L’avevamo chiamata Asiya, che significa “colei che tende verso i deboli e li risolleva”. Purtroppo la piccola oltre a non aver mai conosciuto il padre, perse subito l’udito a causa di un bombardamento, ma tutte le volte che ride anche in questa situazione, sembra davvero risollevare chi è abbattuto. Quando annunciai la mia scelta a mia madre, lei scoppiò a piangere. Io cercai di trattenere le lacrime, tutto ciò che feci fu rassicurarla dicendole che sarei tornato a trovarla, che avrei guadagnato tanti soldi, che l’America è il paese dove si realizzano i sogni e che tutti noi saremo stati più felici. Le promisi che le avrei comprato dei gioielli simili a quelli che le aveva regalato mio padre ma che aveva dovuto vendere. Le mie sorelle ebbero la stessa reazione e io le rassicurai allo stesso modo. Mancava una settimana al mio viaggio verso l’ignoto e più i minuti passavano, più sentivo la morte sulla mia pelle.

I miei occhi erano scavati dentro le occhiaie nere. Le mie guance erano sempre più magre e la mia pelle era sempre più gialla. Mi cadevano i capelli tutte le volte che ci passavo le mani. Talib adorava accarezzarmi i capelli, ma quando si accorse che la perdita di quelle ciocche mi rendeva triste, aveva smesso. Adesso avevamo più tempo per stare insieme, ma a me piaceva vederci dopo la scuola. Mi mettevo appoggiata sulla sua spalla e lui mi accarezzava i capelli. Dopo la scuola ci saremo sposati. Alcune volte i genitori ti danno come promessa sposa ad un ragazzo col quale non vai d’accordo, ma io e Talib eravamo molto uniti. Sapevamo da sempre che ci saremo sposati. Prima della guerra era un ragazzo robusto, con la pelle chiara e i capelli nerissimi e ricci, i suoi occhi erano scuri e profondi. Adesso è dimagrito ma il suo fascino è rimasto. La vita è così strana: per 8 anni io e lui non ci siamo mai separati e adesso tutto ad un tratto lui se ne sarebbe andato dalla mia vita, forse per sempre.
-Sposiamoci.
-Cosa? Un matrimonoio costa…
-Lo so, ma io voglio sposarti, adesso.
-Adesso?!
Avevo le lacrime agli occhi.
-Voglio un figlio. Voglio essere sicura che tu vivrai, voglio poterti vedere fino alla fine dei miei giorni. Questo viaggio non è sicuro, non so se tornerai e sappi che mi fa malissimo il solo pensarlo, figurati dirlo così, ad alta voce. Vorrei che ci sposassimo e che facessimo un figlio, perché io per 8 anni avevo sempre immaginato il mio futuro con te e con nessun altro. Se tornerai, io e tuo figlio saremo qui ad aspettarti, se non tornerai, io continuerò a farti vivere attraverso i ricordi e attraverso nostro figlio.
Ciò che dicevo era una follia: io sono musulmana e non dovrei neanche pensarla in questo modo. Non dovrei fare figli prima del matrimonio o prendere tale decisione senza consultare la nostra famiglia. Lui guardando i miei occhi disperati, disse che ne avrebbe parlato con sua madre, con mio padre e mio fratello.

Aidha mi aveva preso alla sprovvista. Mi sembrava una follia preparare un matrimonio in una settimana. Tornato a casa, mia madre si accorse subito della mia faccia pensierosa e mi chiese immediatamente a cosa stessi pensando.
-No, mamma niente… beh… più o meno…
-Se c’è qualcosa che ti fa male- mi disse con le lacrime agli occhi -ti prego dimmelo, voglio poterti consigliare ed essere vicina questi ultimi giorni e prendermi cura del mio bambino.
-Mamma… Aidha vuole che ci sposiamo e facciamo un figlio.
-E per quale motivo?
-Dice che… per il fatto che… beh… a lei il viaggio spaventa… e prima che parto vorrebbe che ci sposassimo…
-Povera piccola. Lei ti ama tantissimo.
-Già… cosa dovrei fare?
-Chiama suo padre e suo fratello, ne parleremo tutti insieme e prenderemo questa decisione.
Quella notte non riuscì a chiudere occhio. Immaginavo due situazioni diverse: il padre di Aidha che mi negava di vederla e sposarla oppure io e lei che ci sposavamo e che facevamo l’amore per ore. Aidha è bellissima. Chiusi le mani a pugno per controllare il nervosismo: la mia amata terra, la mia famiglia, Aidha… stavo per abbandonare tutto questo. Guardai fuori dalla finestra e vidi la luna: le stelle la illuminavano allo stesso modo in cui lei illuminava il mio paese. Rifletteva su ogni superficie trasparente come una principessa in una stanza piena di specchi che le ricordano quant’è bella. Un tempo non era tutto così distrutto, un tempo la sera si potevano ascoltare i canti dei giovani che tornavano a casa tardi, le loro risate. Adesso era tutto silenzioso, la guerra aveva messo a tacere ogni suono. Alcune mamme, in preda alla paranoia, avevano vietato ai loro figli di uscire di casa, e loro guardavano dalla finestra, come stavo facendo io in quel momento, il prato bruciacchiato, provando nostalgia di quei tempi in cui lo calpestavano giocando a pallone, fingendosi grandi calciatori. Un tempo, giocavano sempre su quel prato a fare la guerra, ma non la immaginavano così violenta come lo era davvero: gli Stati, nel loro gioco, facevano pace, combattevano fra loro e non danneggiavano il paese circostante lasciandolo nella miseria; adesso avevano capito cos’è la guerra e per questo probabilmente non erano più neanche bambini. A me sembrava già di vedere nei loro occhi la nostalgia dei vecchi tempi, quella che di solito ha un adulto quando vede un bambino giocare. Io vedevo quella nostalgia nei bambini che non potevano giocare a causa della guerra.

Talib arrivò a casa e mi salutò con un sorriso. Mi chiese dove fossero mio padre e mio fratello, io gli indicai la stanza. Lo sentì dire “devo parlarvi di una cosa importante, vi prego di seguirmi a casa mia”, per poi uscire con papà e mio fratello. Voleva parlargli della proposta che gli avevo fatto ieri? Chissà come avrebbe reagito mio padre… Ma io volevo quel figlio. Volevo che quella creatura nascesse e che mi ricordasse nei suoi tratti Talib. Volevo che avesse i suoi occhi, i suoi ricci, la sua pelle chiara. Volevo vedere Talib in mio figlio. In preda alla curiosità, uscì di casa e andai verso quella di Talib. Entrai e fui accolta dalle sorelle, che mi salutarono sussurrando e mi dissero di avvicinarmi senza far rumore: stavano ascoltando la conversazione fra mio padre, mio fratello, Talib e sua madre. Talib stava ancora introducendo la conversazione.
-…quindi abbiamo pensato di sposarci prima della mia partenza, ovviamente se voi adulti siete d’accordo. Non c’è bisogno di alcuna cerimonia, ci basta che Allah ci dia la sua benedizione e voi il permesso.
Dopo queste parole, ci fu silenzio. Iniziò a parlare, dopo qualche minuto la madre di Talib.
-Ovviamente il desiderio di matrimonio di Aidha si può ben capire… I due sono cresciuti insieme, quindi in un certo senso è come se fossero da sempre sposati, bisogna solo ufficializzare tutto.
Da mio padre e mio fratello non giungeva ancora alcuna risposta. Adesso temevo che ci proibisse il matrimonio, e il pensiero di ciò mi fece venire le lacrime agli occhi.
-Faremo questo matrimonio e lo faremo sapere a tutti. Ma un matrimonio richiede giorni per la realizzazione.
Disse infine mio fratello.
Talib subito disse che aveva già parlato con il sacerdote e per organizzare tutto non c’erano problemi, il matrimonio si poteva celebrare anche domani.
Mio padre era ancora muto.
Dopo 5 minuti di silenzio, disse:
-Tu e mia figlia sapete da sempre che vi sareste sposati, quindi in un certo senso, vi siete sempre comportati come una coppia. Io ho grande stima di te, Talib, e mia figlia ti è molto fedele. Farla sposare con un altro ragazzo sarebbe una sciocchezza e la disonorerebbe nel paese. Hai il mio permesso per fare questo matrimonio.
-Se mio padre è d’accordo, allora lo sono anche io.
-La mia risposta già la sai, Talib.
Talib abbracciò mio padre e mio fratello, io corsi a casa felicissima.

Non vedevo l’ora di dirlo ad Aidha. Dopo essermi trattenuto ancora un po’ con suo padre e suo fratello e aver parlato di questo matrimonio affrettato col sacerdote, accompagnai tutti a casa. Corsi da Aidha e lei mi abbracciò felicissima. Non c’era bisogno di parlare. Il giorno dopo, le mie sorelle mi negarono di vedermi con Aidha per tutta la giornata, il giorno ancora dopo si celebrò il matrimonio. Lei era bellissima. Più la guardavo e più sentivo di amarla. Tutti eravamo felicissimi e il matrimonio ci fece dimenticare per un attimo la miseria. Quella notte io e Aidha la passammo insieme. Lei era imbarazzata, e ciò la rendeva più bella. Aidha era molto timida, ed era una sua qualità che amavo. Era sempre stata di poche parole. Io sorridevo come uno scemo. Ero felicissimo. Mi sedetti accanto al lei sul letto e presi le sue mani: la sua pelle era olivastra, quasi rugosa, era dovuto dal fatto che mangiava poco. Per la prima volta in vita mia, la baciai. La baciai per ore, senza staccarmi, come viene raccontato nei film e nei libri, io cercai di rendere quel bacio il più indimenticabile possibile. Più la baciavo e più la desideravo, ma lei tremava e io cercavo di non spaventarla troppo. Quando mi staccai dalle sue labbra per guardarla, mi resi conto di tutto ciò che stavo abbandonando. Lei lo lesse nei miei occhi e si sdraiò sul letto. Fuori era notte e la nostra stanza era poco illuminata. La mia stanza era ordinata dopo tanti anni di disordine, illuminata da quella luce che sembrava doversi spegnere da un momento all’altro. Infatti si spense e accesi due candele. Poi tornai dalla mia Aidha e lasciai che quelle fiamme bruciassero tutti i pensieri brutti, almeno per quella notte.

Mancava un giorno alla partenza di Talib. Quei giorni li avevamo trascorsi fra amici, parenti, pianti. Ogni notte facevamo l’amore e io speravo che quel bambino avesse già iniziato a crescere nella mia pancia. Quel giorno vi fu una specie di festa nel paese. Tutti ci salutavamo e abbracciavamo per salutare coloro che sarebbero partiti la mattina seguente. Si potevano ascoltare solo i pianti delle madri, delle mogli e delle sorelle. Talib rassicurava tutte le donne di casa che gli imploravano di non partire, ma Talib lo faceva per noi. Me lo aveva detto una sera quando mi era sfuggito “non partire”. Mi aveva detto che era per i libri di nostro figlio, per i miei gioielli, per una casa nostra, per un futuro migliore. A me bastava avere lui, ma lo capivo. Non avevamo niente e adesso mi assalivano anche pensieri su come avrei cresciuto il mio bambino. Io e Talib non dormimmo tutta la notte e dopo aver fatto colazione, lui mi diede un bacio sulla pancia: così salutò suo figlio. “Non so se sarai la mia bambina o il bambino, ma sappi che tuo padre ti ama anche se si perderà i primi anni della tua vita. Non far arrabbiare la mamma”, concluse ridendo. Io piangevo e non riuscivo a smettere. Non riuscivo ad immaginare neanche un minuto senza Talib, figuriamoci degli anni. Talib mi salutò baciandomi e quel bacio mi sembrò simile al primo. Solo che il primo era un bacio per darmi il benvenuto nella sua vita, questo mi sembrava più un addio. Ma non glielo dissi, mi spaventava il fatto che probabilmente non sarebbe più tornato.

Sulla barca eravamo tutti ammassati uno sopra l’altro. C’era una puzza di sudore insopportabile e la barca era sporchissima. Sentivo da tutti gli angoli i pianti di bambini che mi fecero venire mal di testa: tutti con le nostre storie, tutti con i nostri pensieri. La barca partì e mi sentì attraversare il corpo da un brivido. Scoppiai a piangere pensando a tutto ciò che stavo abbandonando. Sulla barca faceva freddo e io presi una coperta che tenevo nel bagaglio che mi aveva dato Aidha. Accanto a me si mise seduto un bambino, e io lo coprì con la coperta e lo abbracciai. Eravamo entrambi zitti, ma io sentivo il bisogno di parlare e di dire ciò che avevo vissuto in quella settimana. Tirai fuori dal bagaglio un fazzoletto e una penna ed iniziai a scrivere la storia di me e Aidha, di mia madre, delle mie sorelle, del nostro matrimonio, di quanto fosse stato bello fare l’amore la prima volta. Sulla barca era perennemente buio ed era difficile capire se fosse giorno, notte e quanto tempo fosse passato. Quindi il tempo lo passai così. Improvvisamente però ci fu una tempesta, noi tutti non riuscivamo a stare fermi, sembravamo animali, urla, puzza, pianti, acqua salata del mare, freddo, vento, c’era una grandissima confusione, probabilmente su quella piccola barca c’era più confusione di quanta ce ne fosse nel resto del mondo. Poi la barca si rovesciò verso sinistra e qualcuno cadde in acqua, poi verso destra e cadde qualcun altro, qualcuno gridava alla terra, qualcuno gridava perché era caduto in mare qualcuno che conosceva, io stringevo quel fazzoletto con su scritta quella storia e quel bambino.

La barca giunse sulla costa, Talib era sdraiato a terra insieme ad un bambino accanto a loro c’era un fazzoletto bagnato con sopra delle scritte illegibili. Fecero il controllo del battito cardiaco: erano entrambi morti.
La loro storia non la saprà nessuno, io vi racconto quella di Talib, mio marito, perché l’ho vissuta insieme a lui. Ma non so chi fosse quel bambino accanto a lui e cosa ci fosse scritto su quel fazzoletto, io seguì le notizie dalla televisione. Mio marito era morto, erano passati 2 mesi e questa era la prima e ultima notizia che ricevevo. Nel suo nome c’era un fondo di veritò: Talib significa “colui che ricerca”. Mio marito era andato a cercare la felicità dei suoi cari. Mi diceva che il mio nome, Aidha, significa “colei che parte ma ritorna”, infatti dopo tutti i litigi ero ancora lì, continuavo ad amarlo. 9 mesi dopo la sua partenza, nacque Imad, che significa “supporto, conforto”. Non c’è bisogno di spiegare il motivo.

Su quei barconi ci sono centinaia di storie e di persone. Io ho cercato di avvicinarmi il più possibile a quella che potrebbe essere la loro situazione e le loro emozioni. Qualcuno gioisce per le morti di queste persone, ma io chiedo di riflettere. Chi crede in un Dio, preghi per loro. Chi ha un briciolo di umanità, rispetti le loro morti.


Amore non lasciarmi
Non ho mai avuto una forte personalità. La timidezza, l’ansia, la paura, sono sempre state le mie più fedeli compagne. Ma ho sempre cercato di mascherare le mie debolezze mostrando sicurezza quando necessario. Ho sempre vissuto la vita senza molti eccessi. Sono una persona normale. Ho avuto qualche relazione, ho ottenuto un diploma con una media decente, ho un lavoro, una macchina e una passione che riempie quei momenti della giornata che altrimenti sarebbero vuoti. Un giorno a rimpiazzare quel vuoto arrivò un’altra persona: in un locale, era lì con i suoi amici, mi guardava da lontano. Aveva attaccato bottone con un semplice complimento che ci portò a parlare per ore, poi finì il tempo e decidemmo di continuare a parlare un’altra volta, allora ci scambiammo i numeri per poter parlare di nuovo tante altre volte e alla fine dopo giorni e giorni di chiacchiere, ci accorgemmo che forse c’era qualcosa in quelle parole che ci dava la forza e gli argomenti giusti per continuare a parlare. Così il 17/10/2009 ci mettemmo insieme. Sentivo che stavolta sarebbe durata per sempre.
A differenza mia, la sua personalità era molto forte. Aveva avuto una vita spericolata da giovane che divenne più tranquilla nell’età adulta, tanto che voleva sempre il controllo su tutto in maniera maniacale, pensavo chissà quanto poteva esser stata confusionaria la sua vita da giovane.
Al suo fianco, però, iniziai a sentirmi sempre meno debole e mi era difficile immaginare un istante senza la sua presenza. In realtà aveva preso il controllo della mia vita. All’inizio non me ne accorsi perché usava quel tono dolce e protettivo che fa sciogliere il cuore. Mi chiedeva di non uscire con nessuno la sera e di stare un po’ insieme a vedere un film. Col tempo divenne un’abitudine: la sera stavamo sempre insieme e col tempo persi i contatti con i miei amici. Anche con la famiglia i rapporti cambiarono: le festività le festeggiavamo sempre tutti insieme, poi nel Natale del 2011 mi disse che non voleva festeggiare il Natale in famiglia e propose di fare qualcosa noi due da soli.
Quella per me era una festa importante. Andavo molto d’accordo con i miei genitori e adoravo passare del tempo con loro. Ma la sua insistenza era tale che decisi di cedere. Ricordo che ci rimasero molto male. Piano piano iniziai a frequentarli sempre meno perché mi dispiaceva lasciar sola la persona che più amavo. Mi faceva sentire in colpa perché non aveva lo stesso rapporto che avevo io con i miei genitori.
Questo amore non mi permetteva di vedere cosa realmente stava accadendo nella mia vita. Finché un giorno la violenza venne fuori e prese il sopravvento.
La sua gelosia era da sempre un problema ma non aveva mai reagito in quel modo. Aveva trovato un messaggio nel mio telefono, era un appuntamento di lavoro, ma ciò bastò a far scattare la sua ira. Non voleva sentire ragioni. Quando uscii dal bagno iniziò ad urlarmi contro e a schiaffeggiarmi. Mi insultava e minacciava. Non sapevo come reagire e cercavo di difendermi come potevo. Non volevo contrattaccare. In fondo era anche un po’ colpa mia. Non gliene avevo mai parlato, né di chi fosse quella persona né dell’appuntamento. Quel giorno mi fece cancellare dalla rubrica tutti i numeri telefonici del sesso opposto. Si scusò dicendo che non l’avrebbe più fatto e che in quel momento non sapeva cosa fare. Mi disse che mi amava e non voleva che la nostra relazione finisse. E io, idiota, presi la decisione più stupida che potessi prendere: il perdono.
Non avevo nessuno con cui parlare e mi vergognavo di dirlo ai miei genitori. In realtà non si presentava neanche l’occasione per farlo, stavamo sempre insieme e il mio telefono era perennemente sotto la sua custodia. L’unico momento in cui potevo chiamarli e parlare di quello che stava accadendo era a lavoro. Ma era meglio evitare. Mi vergognavo troppo e non volevo che mi sentissero i colleghi.
Comunque i mesi passavano e una cosa del genere non riaccadeva. Forse era vero che era stato solo un lapsus. Ed ecco che mi sbagliavo di nuovo. La sua rabbia, adesso, scattava per ogni cosa e qualsiasi errore sembrava essere una grande delusione ai suoi occhi. Mi faceva sentire in colpa anche per errori stupidi e io cercavo sempre di migliorare. Mi faceva sentire forte, no? Quindi cercavo di esserlo… Ma ogni tentativo, ormai, sembrava vano. A volte alzava ancora le mani e urlava. E subito dopo mi chiedeva scusa. “È lo stress”. E io perdonavo tutto.
Un giorno decisi che era arrivata l’ora di porre fine a questa relazione. Non volevo chiedere aiuto perché sapevo che nessuno mi avrebbe creduto. Io sono un uomo. Sapevo chi tutti avrebbero riso su di me.
Quindi le parlai. Avevo molta paura. Tremavo. Mentre le dicevo che non volevo più continuare in questo modo, che ero stanco dei litigi e che mi sembrava di vivere in un carcere ma lei scoppiò a piangere. Mi disse era che incinta. Iniziò a chiedermi come avrebbe fatto a crescere un bambino senza un padre. Mi disse che il suo comportamento era dovuto agli ormoni. Che lei non era così, io so che non è così. Mi disse che voleva aspettare prima di dare la grande notizia. Io ero felicissimo. Per un attimo dimenticai tutto. Lei diceva di essere incinta da qualche settimana. Divenni iperprotettivo. Lei stava tutto il giorno a casa perché diceva che sentiva un forte dolore alla pancia. Io mi occupavo di lei. L’unica cosa che non voleva che facessi era accompagnarla dal dottore. E io rispettavo questa sua decisione. Dopo alcuni mesi, però, non vedevo né la pancia, né dei miglioramenti col forte dolore che provava, allora andai dal suo dottore e chiesi notizie riguardo la mia fidanzata. “Non mi risulta che sia incinta. Non la visito da mesi”. Non ci credevo. Non poteva essere vero. Non era possibile. Mi aveva mentito per continuare a stare con me. Ma ormai la conoscevo. Cercai su Internet un’associazione che mi aiutasse ad uscire da questa situazione. Purtroppo non trovai molto. Non sapevo se chiamare la polizia, i miei genitori o altro. Allora, non sapendo cosa fare, decisi di sfogarmi. Andai in un posto isolato e impostai la modalità aereo sul telefono per non ricevere telefonate e iniziai a fare un video. Era lungo 20 minuti. Raccontai tutto. Lo condivisi su Facebook. Adesso dovevo solo aspettare. Avevo paura. Tolsi la modalità aereo e mi arrivò subito una chiamata da lei. Mi inventai che si era rotta la macchina. Forse non era ancora entrata su Facebook. Poi andai in un centro Wind per capire come bloccare le sue chiamate. La bloccai su Whatsapp e poi anche su Facebook. Dopo mezz’ora mi arrivò una telefonata. Era Fabio, un mio caro amico.
-Ho visto il tuo video, ma stai bene?
-No, non so cosa fare, non so dove andare, ho paura di tornare a casa.
-Dimmi dove sei, ti vengo a prendere.
Subito dopo la chiamata mi arrivò un messaggio. Poi altri. Tutti mi chiedevano come stavo.
Arrivò Fabio con Simona, la sua fidanzata. Mi dissero che sarebbero venuti con me a prendere le mie cose a casa.
Fuori casa c’erano tutte le mie cose distrutte, i miei vestiti sparsi nel giardino e si sentivano le sue urla e imprecazioni. Il telefono squillava di continuo. Fabio mi guardò e mi diede una pacca sulla spalla per incoraggiarmi. Entrai a casa affiancato da loro due. Lei inizialmente sembrava propensa a riempirmi di insulti e a picchiarmi. Ma poi si calmò e iniziò la sua messa in scena. Cominciò a fare la vittima. A dire che aveva finto solo perché mi amava. Ma Fabio la azzittì e andò a raccogliere le mie cose con Simona. Lei mi guardava con gli occhi pieni di odio. Tremavo. Fabio l’aveva ferita e lei si sfogò dandomi un pugno in faccia. Ma stavolta decisi di reagire e la spinsi a terra. Presi alcune cose da terra, le caricai in macchina e chiamai Simona e Fabio. Andai via per sempre.
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